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Dopo #ItalianDigitalDay, alcune riflessioni per il Piemonte

Dopo la due giorni a Venaria in rete, prevedibilmente, si stanno susseguendo articoli di analisi e opinioni.
Ho trovato particolarmente convincenti — ma non v’era dubbio, visto da chi arrivano — le osservazioni di Luca De Biase (la parte più critica) e quelle di Guido Scorza (più a favore).
Non mi addentro su analisi che riguardano il livello nazionale, mi piacerebbe invece portare qualche spunto di riflessione sulla situazione piemontese, anche in seguito a questa intervista molto critica rilasciata da Mario Calderini qualche giorno fa.

Numerosi dati ci dicono che oggi il Piemonte attraversa una fase di rallentamento dopo almeno un lustro in cui veniva, giustamente, considerato driver di innovazione.
Dice Calderini: “Veniamo da una storia interessante, negli ultimi dieci anni si sono sperimentate soluzioni creative per la connessione completa. Penso al wi-fi, soprannominato “wi-pie”, con cui si connettevano zone isolate e montane. Poi questo sforzo si è un po’ fermato, per cui siamo connessi, ma non siamo competitivi. Sulla banda ultra larga il Piemonte è indietro non solo, e in modo spaventoso, rispetto all’Europa, ma anche per la media italiana”.

Partiamo da qui. L’ultima consultazione Infratel sul piano banda larga ci consegna una prospettiva drammatica: senza un forte investimento pubblico, nel 2018 più del 50% del territorio regionale rischia di essere completamente sprovvisto da banda larga.
Su questo terreno, un’eccellenza piemontese come il Consorzio Top-Ix rappresenta un unicum a livello internazionale dal punto di vista della visione, delle competenze e della capacità operativa.
Wi-Pie è una straordinaria rete pubblica, in grado di servire tutto il territorio: 900 km di fibra ottica, un grande autostrada digitale con 11 punti di accesso; 700km di sentieri digitali per portare internet anche nelle zone più periferiche; wireless e satellite per connettere tutto il territorio, comprese la montagna e le aree rurali.
All’infrastruttura pubblica, progressivamente con il piano di diffusione sul territorio, sono state aggiunte nuove comunità territoriali, che oggi possono trasformare un infrastruttura tecnologica in sistema aggregante di sottosistemi locali nonché la capacità di governo diffuso e distribuito del bene, fattori vincenti dell’iniziativa.
Per capirci, senza Wi-Pie oggi non esisterebbe l’esperienza di Senza Fili Senza Confini a Verrua Savoia.
Oggi la Regione dispone di circa 140 milioni di euro per l’attuazione del piano banda larga e si trova davanti a una scelta: favorire le TelCo private e quindi consegnare un patrimonio strategico per il futuro in mano a chi — legittimamente — persegue il proprio interesse, oppure potenziare una rete pubblica esistente, neutrale, in grado di garantire parità di accesso al servizio e un forte controllo pubblico su tariffe e condizioni di utilizzo?
La scelta è quasi scontata.

Come Calderini, anche il presidente di Regione Chiamparino a Venaria ha segnalato che parte dei problemi si annida nella Pa, parlando di ossificazione: “Ci sono battaglie che vanno affrontate nell’amministrazione pubblica, una su tutte la digitalizzazione della sanità. Abbiamo centinaia di dati che non dialogano tra di loro. Ridurre la spesa e riorganizzare la sanità è possibile solo se i sistemi informativi iniziano a parlare e dialogare fra loro”.
L’Europa ci chiede giustamente — almeno per quanto concerne l’uso dei fondi strutturali — di considerare l’innovazione e il digitale come elementi centrali della politica industriale del territorio e della smart specialization strategy e non di focalizzarci ad esempio sull’anagrafe informatizzata, sulla identità digitale, sul fascicolo sanitario elettronico — insomma su progetti di Open Government — che giustamente dovrebbero trovare copertura finanziaria nei bilanci dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali magari attraverso reali politiche di spending review e con la dovuta attenzione al ritorno degli investimenti.
A questo si aggiunga che il settore legato alle civic tech è in forte espansione, la Commissione Europea ne ha più volte riconosciuto il valore strategico e ha inaugurato un programma specifico.
Il valore complessivo del settore, calcolato accorpando mercati come i big data e la sharing economy, presenta ordini di grandezza di miliardi all’anno sia in US (McKinsey, 2013) sia in EU.
Siamo, quindi, di fronte ad una grande opportunità di innovazione non solo tecnologica/scientifica ma anche politica e sociale ma per sfruttarla realmente le politiche ICT, europee come regionali, devono essere capaci di rinnovarsi e di evolvere.

La pubblica amministrazione ha finalmente compreso l’importanza di rilasciare i dati in modalità aperta.
Il Piemonte è stato da sempre all’avanguardia con il progetto dati.piemonte.it e la prima legge italiana sugli Open Data del 2011. Anche qui siamo in fase di rallentamento, nonostante il Paese stia progressivamente prendendo consapevolezza della utilità e del valore economico dei dati.
Sono partiti alcuni progetti interessanti come Smartdatanet del Csi Piemonte, IotNet del Csp e per fortuna sul versante della competenza e della reputazione scientifica possiamo contare sulla presenza di alcuni casi di assoluta eccellenza mondiale, tra i quali la Fondazione ISI e il Centro Nexadel Politecnico che oggi coordina la rete globale di centri Internet e Società, ben 55, tra cui MIT, Harvard e Oxford.
Tuttavia è necessario dare nuovo impulso alle politiche sui dati, e mettere a fattor comune tutte queste esperienze.

Sul fronte impresa arriva la critica più impietosa di Calderini: “Se vogliamo citare due cose grosse nate nel digitale diciamo Delta3, che gestisce le piattaforme web di grandi eventi sportivi, e Arduino. Due cose che cambiano il mondo ma che sono nate fuori dalle visioni politiche pubbliche. Vorrà dire qualcosa? Le politiche pubbliche sono fatte in modo troppo tradizionale, troppi incentivi a fondo perduto, senza capire che questo è un settore in cui bisogna sviluppare azioni di procuremet, di sostegno alla creatività e promozione del mercato. E poi abbiamo, paradossalmente, scontato quello che all’inizio era un vantaggio”.
Come ha scritto Paolo Barberis, consigliere del governo per l’Innovazione, ogni idea innovativa nel mondo digitale non va lontana se a recepirla, ad accoglierla, non c’è un ecosistema adatto all’innovazione. La banda larga è il grado zero di questo ecosistema, attorno al quale è importante sviluppare i valori che permettono alle start up di fiorire e dispiegare il loro potenziale: incentivare la capacità di costruire qualcosa, di applicare l’intelligenza al reale, di cambiare la vita delle persone, di mettere in condivisione le proprie idee in gruppo; tentare di saltare fuori dalla scatola vedere tutto da un angolazione a cui nessuno ancora aveva ancora pensato.

Continuare a rimandare la trasformazione digitale delle imprese, così come celebrare come un successo il solo fatto che le aziende siano connesse, è pericolosissimo. Il web offre potenzialità enormi per l’export del made in Italy. Bisogna, però, saperle cogliere. L’alternativa non è restare fermi, è correre all’indietro.
La trasformazione digitale delle imprese tradizionali, dal manifatturiero, al commercio e turismo fino ai servizi, è un requisito vitale per l’evoluzione e la competitività del nostro sistema. Le tecnologie digitali sono oggi accessibili con un livello di complessità e un costo inimmaginabile solo pochi anni fa e ci sono segnali inconfutabili che le nostre imprese sono in grado di cogliere al meglio queste opportunità.
Come scrive De Biase: “Siamo di fronte a una trasformazione industriale che promette di condurre a nuovi prodotti e a nuove forme di distribuzione e consumo. Se gli italiani non erano molto forti nella produzione di piattaforme internettiane, ora possono giocare su un terreno che comprendono meglio: quello della competizione per la produzione manifatturiera di oggetti dotati di grande valore immateriale ma progettati e venduti tenendo conto delle opportunità contemporanee”.

Oggi Smart CityStartupSharing Economy rischiano di essere delle buzzwords che producono magnifici convegni ma vengono meno a una logica realizzativa legata a obiettivi, indicatori, risultati.
Le amministrazioni di tanti Comuni, in questi anni, hanno lavorato bene producendo sperimentazioni e prototipi di grande valore, seppure di piccola scala.
Nel nostro paese, a parte alcuni lodevoli casi come Milano e Bologna, facciamo fatica negli spazi urbani a cogliere la grande spinta che viene dai processi di innovazione sociale che nel mondo stanno diventando la vera impalcatura intangibile delle Smart Cities.
Beni comuni, imprenditorialità e innovazione sociale, finanza di impatto sociale, co-creazione, processi aperti, sono la nuova pagina delle Smart Communities, che ancora conserva intatte tutte le sue potenzialità di sviluppo locale.
Smart City, nuove forme di impresa, economia della collaborazione, banda larga sono i pilastri di alcune esperienze di ecosistemi innovativi che stanno generando esperienze straordinarie in molte parti del mondo. Senza richiamare l’esperienza della Silicon Valley, abbiamo esempi di questo tipo a Berlino, Tel Aviv, Cile, e molti altri ancora.
La sharing economy trasformativa è quella in cui le relazioni sociali cambiano in meglio, si costruiscono legami solidi e duraturi basati sul supporto reciproco e nelle imprese vengono a crearsi elementi dei Commons — cioè delle cooperative — caratterizzati da una gestione collettiva e comunitaria delle risorse o dell’impresa stessa.
Fablab, spazi di coworking, nuovi artigiani digitali, acceleratori di imprese sociali, luoghi di collaborazione civica: le imprese così costruite hanno l’obiettivo di produrre benefici per la collettività, la stessa impresa, infatti, è una comunità. In queste aziende il fatto di avere un obiettivo “sociale” viene spesso legalmente inserito negli atti costitutivi. Gli utenti sono la ragion d’essere dell’azienda: essa esiste per servirli.

E la politica, quindi? Ci viene in soccorso ancora De Biase: “Alimentare le aspettative è una tattica che ha valore per qualunque politica. L’equilibrio tra le aspettative suscitate e le realizzazioni distingue però una buona politica. E poiché l’Italia ha conosciuto un ventennio di grandi aspettative non realizzate ha assoluto bisogno di correggere il tiro. Se di parla di innovazione, peraltro, l’equilibrio è tanto necessario quanto difficile. Far credere che una semplice tecnologia possa cambiare la società è una ricetta sicura per la delusione. D’altra parte è abbastanza improbabile che una forte comunicazione orientata a costruire consenso possa tener conto della complessità del rapporto tra tecnologia e società. In un paese conservatore, disilluso e un po’ pigro è giusto fare coraggio con gli slogan: ma come si sa non può bastare. E il rischio che si corre se non si cerca l’equilibrio tra aspettative e realizzazioni è troppo grande per non tenerne conto. Per riuscirci occorre studiare qualcosa di nuovo. Per esempio accelerare in modo concentrato e concreto la realizzazione dei programmi. Senza perdere troppo tempo a comunicarli se non si ha il coraggio di vederli non come una politica partigiana ma come una politica di tutto il paese”.

È il momento di incominciare a ripensare il futuro, riappropriarci del nostro grande passato per portarlo nel presente e costruire una visione di quello che vogliamo diventare: un’economia dell’innovazione dipende dal suo essere in grado di attrarre le menti più brillanti del mondo, in un sistema virtuoso dove università, sistema economico, cultura, investitori, politiche pubbliche creano un ambiente dinamico orientato al futuro.
Dopo l’annuncio di Torino e il Piemonte come uno dei luoghi di sperimentazione dell’Action Plan presentato a Venaria, il digitale è una scommessa che non possiamo perdere nel futuro prossimo.

(In questo post si ritrovano le sempre preziose riflessioni, i suggerimenti e le lunghe discussioni con Juan Carlos De Martin, Andrea Casalegno, Sergio Duretti, Lorenzo Benussi).