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Se la cultura digitale è diritto, la conoscenza è patrimonio da organizzare

L’ultima domenica della comunità digitale italiana è stata oggetto della scossa tellurica provocata dall’ultimo post di Luca De Biase. Uno scritto articolato, complesso, che per alcuni, come Michele Kettmaier, è un pezzo di storia futura di internet.
Indubbiamente apre una discussione non più rinviabile, una probabile risposta al “Che fare?” nel momento in cui ci troviamo di fronte all’era del post-social network.

I media civici tengono conto – dice De Biase –  implicitamente o esplicitamente, di regole che riguardano il modo con il quale le persone si informano, si scambiano opinioni, aggregano le opinioni in istanze operative, votano per mettere in ordine di priorità le loro istanze e confrontano le istanze con i vincoli posti dalla realtà per verificarne la compatibilità per ritornare a generare informazioni e riaprire eventualmente il ciclo. Si danno media civici usati da popolazioni o gruppi che intendono auto-organizzarsi e si danno media civici usati per riqualificare la relazione tra le popolazioni e le istituzioni o addirittura i partiti e le aziende.

Siamo di fronte a un passaggio costituzionale in cui dovremo definire le nuove regole della coesistenza tra cittadini e istituzioni e riscrivere il codice della partecipazione. Alcune esperienze ci dimostrano che il sentiero è stretto e arduo e il fattore di cambiamento si chiama cultura. In questi mesi di incontri e riflessioni sui media civici ho maturato la convinzione che la nostra attenzione non deve essere concentrata sugli strumenti che, come dimostra anche lo studio della fondazione <ahref, non mancano. È l’educazione la nostra stella polare e dagli studenti, dalle scuole, dovremo ricominciare a scrivere le regole di come le persone si informano, aggregano le conoscenze, stabiliscono il proprio sistema di relazioni fuori dalla “Filter Bubble”.

Ma è la parte sulla conoscenza normativa che ha attirato di più la mia attenzione

Oggi le premesse per allargare la relazione tra policy e software si sono create. E andrebbero colte, nel rispetto del potenziale Internet Bill of Rights, per ottenere alcune conseguenze piuttosto decisive:

1. più facile accesso alla conoscenza delle leggi
2. più facile innovazione e semplificazione delle leggi
3. più chiaro funzionamento delle leggi
4. più chiare modalità per fare rispettare le leggi
5. più semplice valutazione dell’impatto delle leggi

Chiunque viva professionalmente nella dimensione del pubblico e, in particolare delle istituzioni, vive sulla propria pelle la difficoltà di conoscere il reale impatto delle leggi sulla vita dei cittadini. Si pensi a riforme come quelle urbanistiche, alla difficoltà di misurare la coda lunga di interventi che spaziano dall’economia all’utilizzo dello spazio pubblico. Non che manchino le iniziative in questo senso, come ad esempio il progetto CapirE, missione ambiziosa che però spesso si è risolta nell’inserimento di clausole valutative “verticali” ex post che hanno faticato ad avere una visione di sistema e di interazione fra ambiti diversi.
Ma cosa succede “nel mentre”?

Una prima risposta è stata tentata dal Cirsfid di UniBo che ha elaborato un sistema per analizzare la complessità del corpo normativo del Consiglio regionale del Piemonte in seguito alla liberazione dell’intero corpus normativo regionale. È, appunto, una prima risposta che tiene contro della complessità degli atti e di come le diverse modifiche impattano sul resto delle leggi dal punto di vista giuridico.
Eppure non basta, manca un aspetto per così dire, semantico e di conoscenza. Come impatta la legge sull’ecosistema informativo in cui siamo inseriti? In questa direzione va, ad esempio, la proposta di Sacco richiamata nel post

Va cambiato alla radice il sistema operativo del Paese, il modo in cui esso stesso funziona. Da analogico-burocratico andrebbe trasformato in digitale-applicativo”.

e ancora

si può immaginare che un buon sistema di programmazione su una base di dati come questa possa arrivare a riconoscere le leggi definitivamente abrogate, quelle che sono in funzione anche se sono state emendate e le renda più leggibili connettendo le norme e gli emendamenti in modo meno astruso di quello che si usa sulla carta (dove le nuove leggi sono infarcite di rimandi alle precedenti e non si riescono a leggere in modo semplice) […] l’intero processo legislativo potrebbe essere rivisto, puntando a definire prima ancora di una nuova legge la sua implementazione software e la sua integrazione all’interno del sistema informatico pubblico. La si potrebbe immaginare come una lunga serie di scelte fatta su un’app su Internet, ma che alla fine produce gli effetti desiderati in modo trasparente, eliminando tutta la carta che va in giro.

A questo punto, a mio modo di vedere, siamo di fronte a una sfida ulteriore e per certi versi definitiva: un’assemblea parlamentare, un’istituzione, non è un mero produttore di atti normativi, ma bensì un ecosistema informativo che produce conoscenza in ogni istante e che, a oggi, non viene organizzata in modo relazionale. Immaginiamo la quantità di informazioni prodotta da lavori di commissione, sedute d’aula, lavoro dei consiglieri regionali o dei parlamentari, iniziative stampa, iniziative pubbliche, pubblicazioni di studi e analisi. Come connettiamo questa conoscenza, questi ambiti di conoscenza che procedono separatamente pur essendo ontologicamente legati?
E’ possibile organizzare questo patrimonio attraverso un sistema di classificazione semantica che attraverso tag, etichette, parole chiave ci aiuti in ogni istante a conoscere un dato aspetto della vita democratica? Un patrimonio che ha una rilevanza interna, nel lavoro quotidiano degli eletti e delle strutture, ed esterna nei confronti del cittadino che può partecipare al co-design di politiche pubbliche in maniera più informata. Una nuova definizione del paradigma democrazia-informazione-conoscenza in chiave digitale.
Queste alcune riflessioni che, mi rendo conto, sono tracciate ancora in maniera embrionale ma che vorrei approfondire nei prossimi mesi nel dibattito nella comunità di innovatori (pubblici).

edit del 30 luglio

il post ha generato un po’ di dibattito. Particolarmente interessante il suggerimento arrivato da Josephine Condemi che racconta il progetto Newscron:

La frontiera del web semantico passa (anche) da quanto si riuscirà a fare del tag oltre che una parola-etichetta una parola-nodo. Dall’occorrenza (numero di volte in cui una parola appare in un testo) alla pertinenza (la funzione che la stessa parola occupa in un contesto). Non solo quanto, ma dove.